LIFESTYLE

Il bar si fa arte: la Masterclass di Remy Savage

I declivi montuosi di Chambery, dove è nato, la conquista dei bar più in voga delle capitali europee, una tappa in Thailandia inseguendo l’amore. Trent’anni e “una mente matta, mi piace conoscere e sperimentare”: Remy Savage ha già in borsa una lunghissima esperienza nell’hospitality del mondo, che gli ha permesso di modellare la sua visione e i suoi desideri dall’altro lato del bancone. Saranno i suoi punti di vista, mescolati con nozioni e stimoli, a essere trasmessi durante la sua masterclass con Campari Academy, che si terrà il 27 aprile.

Per ogni drink o preparazione, Remy dà fondo alla sua vita vissuta, ritrovando al bar le stesse emozioni che lo hanno formato come persona, prima ancora che come professionista: gli studi di filosofia a Oxford, la passione per l’arte, le ore spese ogni giorno tra pagine e ricerca. “Cerco di apprendere quanto più possibile, e mi piace pensare di poterlo trasmettere a chi mi ascolta: noi bartender dobbiamo comprendere che i nostri interessi e le nostre necessità possono essere le stesse dei nostri ospiti, e quindi creare degli ambienti di nicchia che diventino una comunità”. Anche in una realtà come quella di oggi, che viaggia a mille all’ora ed è interconnessa oltre ogni modo? “Decisamente, forse a maggior ragione. Al bar si va per socializzare e vivere. L’online lasciamolo a casa, almeno quando si esce”.

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A Parigi continua a essere parte de Le Syndicat, presenza fissa delle liste di gradimento mondiali negli ultimi anni, ma è a Londra che sta per avverarsi il suo vero sogno. A bar with shapes for a name, nessuna insegna e solo tre forme geometriche appena al di sopra della porta d’ingresso: oltre a essere già un successo sui social prima ancora di aprire, la tana di Remy si candida come nuovo luogo esperienziale. “È il primo bar che posso davvero definire mio (è co-proprietario con Paul Lograt, ndr). Il concetto è intimo, vero e in qualche modo futuristico: vogliamo rendere il bar una piattaforma che faccia capire la bellezza di essere se stessi, di poter godere di quello che si preferisce ai ritmi che ognuno ha”.

Arte e umanità, due delle radici più profonde nello spirito di Remy, che vengono travasate naturalmente nel suo lavoro: “I nostri problemi e le nostre espressioni, nello specifico l’arte, sono interconnessi. L’Art Nouveau, ad esempio, fu la risposta del sentimento comune di disconnessione dalla natura, nel periodo post-industriale. Credo oggi sia qualcosa di simile, possiamo definirlo un momento post tecnologico, successivo all’esplosione del digitale. Se l’arte può funzionare, possono farlo serenamente anche i bar, perché sono a loro volta dimostrazione di idee e sentimenti, sia dei bartender che degli ospiti”.

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Il bar in fondo è un luogo semplice, che ha un solo obiettivo vero e proprio: permettere ai visitatori di stare bene. Far da bere è la parte meno difficile in realtà: “Un buon drink, che ci si creda o no, è forse l’elemento più facile da ottenere, nell’ottica di un bartender. Il lavoro maggiore sta nel costruire una dimensione liquida, che coinvolga l’ospite in una esperienza a 360 gradi. Stimolare l’interesse del cliente è la chiave, che sia con la musica, con gli ingredienti, con i quadri sul muro: e complicarsi la vita, in ogni modo, è inutile”. Remy Savage ha tantissimo da raccontare ancora: appuntamento al 27 aprile per la sua masterclass con Campari Academy.

 

Articolo a cura di Carlo Carnevale

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